Cittadinanza
Mega e Bit si allontanano cautamente dalla fila sempre più lunga di persone che aspettano il proprio turno.
«Com’è possibile – pensa Bit – che le persone, invece che diminuire, sembrano raddoppiare ogni secondo che passa? Siamo qui da ore ormai e sembra che nulla si sia mosso».
«È come nei buchi neri» gli risponde telepaticamente Mega. «Ti ricordi quella volta che ne abbiamo visto uno mentre viaggiavamo nello Spazio? Quella specie di vortice che risucchiava tutto quello che passava attorno a lui, compresa la luce, e da cui nulla riusciva a uscire. Sembra che tutte queste persone siano state assorbite da questo posto, la questura, e da questo sistema, in cui sembra impossibile trovare una via d’uscita. Però qui si tratta della vita di qualcuno, non di qualche asteroide inanimato».
Bit, stupito dalla metafora, osserva l’amica pensierosa, che continua a scrutare la situazione creatasi attorno a loro. Ricorda benissimo il buco nero che avevano visto e la forza con cui attraeva tutto a sé, senza lasciare scampo.
«Hai ragione Mega, sembra proprio così. Eppure, una soluzione deve esserci. Questo non è lo Spazio, dove regna solo la legge della natura: è la Terra e queste sono leggi create dagli umani e che gli umani possono modificare».
«Modificare le leggi» pensa Mega tra sé e sé «sarà possibile?».
«Mega, che ne dici di andare a vedere com’è la situazione alla questura di Napoli?» chiede Bit.
Mega, assorta nei suoi pensieri, non risponde.
«Megaaaa yu-uuuh Meeeegaaaa» la richiama alla realtà Bit, sventolandole davanti le braccia «Megalinsss Megaaaa».
Mega, come risvegliandosi da un sogno, lo guarda: “Ah scusa stavo pensando ad altro, hai detto qualcosa?»
«Stai sempre con la testa tra le nuvole» le dice Bit alzando gli occhi al cielo, prendendola in giro affettuosamente «Dicevo: che ne pensi se andassimo anche alla questura di Napoli? È la terza città da cui arrivano la maggior parte delle richieste, ricordi? Magari potremmo ascoltare qualche altra storia e trovare una soluzione».
«Sì! Stavo proprio per proporlo io!» si illumina Mega.
«Bene, allora è deciso, si va!»
I due si avviano verso un vicoletto tranquillo e silenzioso, dove poter attivare Link passando inosservati, quando Mega all’improvviso propone: «Senti Bit, ma perché non prendiamo il freno? Ti ricordi quella lezione che abbiamo fatto sui mezzi terrestri? A me questa cosa di tante cabine legate insieme che si muovono su due rotaie incuriosisce tanto e poi pare sia uno dei mezzi più ecosostenibili!»
Bit scoppia a ridere, mentre Mega lo guarda perplessa: «Perché ridi così? Che ho detto?»
«Forse volevi dire TRENO, non freno»
Mega scoppia a ridere a sua volta rendendosi conto dell’errore: «Dai sì, quel che è, hai capito!»
«Mi sembra una buona idea comunque!» risponde Bit.
Dopo aver consultato Bling e dopo essersi fatti dare dall’uccellino robotico tutte le corrette istruzioni su come prendere un treno, i due amici si avviano alla stazione e prendono il primo treno diretto a Napoli. I due sono entusiasti ed eccitati per quella nuova avventura, continuano a guardare fuori dal finestrino affascinati.
Arrivati a destinazione, ancora emozionati per il viaggio, seguono le dettagliate indicazioni date loro da Bling su come raggiungere la questura.
Ancora una volta, si trovano davanti a una lunghissima fila di persone esauste, bambini che dormono in braccio ai genitori, che a loro volta cercano in ogni modo di rimanere vigili, pronti per quando sarà il loro turno. Non è possibile distrarsi quando di mezzo c’è il futuro proprio e della propria famiglia.
All’improvviso, Mega e Bit sentono qualcuno che grida: davanti a uno degli sportelli da cui i poliziotti approvano e consegnano i documenti, una donna si è alzata e, con toni alterati, sta cercando di dire qualcosa al poliziotto dall’altro lato del tavolo. Accanto a lei, una ragazzina, che dev’essere la figlia, la prende per il braccio e la trascina lontano. Le due passano davanti ai due alieni.
«Lascia stare mamma, lo sai che è inutile discuterci. Non ottieni nulla, anzi rischi che le cose si mettano ancora peggio» sentono dire alla figlia.
«Lo so Ilda, ma non è giusto e sono stanca di stare in silenzio».
Mega e Bit si scambiano uno sguardo e decidono di inseguire le due donne: «Scusate, possiamo chiedervi cosa è successo? Siamo due giornalisti e stiamo raccogliendo testimonianze di persone che ancora non hanno la cittadinanza italiana» dice Bit accostandosi a loro, senza smettere di camminare.
La donna, accorgendosi solo in quel momento dei due alieni-reporter, gira lo sguardo e, incuriosita, si ferma.
«Buongiorno. Certo. Almeno qualcuno saprà cosa siamo costretti a subire ogni volta» risponde la donna con un tono irritato.
«Vedete – continua – è sempre la stessa storia. Oggi era per il permesso di soggiorno di mia figlia Ilda. Vogliono farti credere che è così che funziona, che è colpa tua se le cose non sono come vorresti. Eppure, noi abbiamo fatto tutto per bene. Abbiamo fatto la richiesta otto mesi fa e abbiamo ricevuto la risposta con la data stabilita per il ritiro: oggi. Eravamo stanche, ma felici. Abbiamo aspettato in fila un bel po’ per poi scoprire che il suo permesso dura un anno dal momento in cui lo abbiamo richiesto. Quindi, di fatto, durerà circa tre mesi da ora e poi dovremmo rinnovarlo. Vi sembra giusto?» conclude agitata, sull’orlo delle lacrime.
«Sapete che, nonostante io sia nata in Albania e abbia la cittadinanza albanese, non ho mai potuto votare alle elezioni? Non abbiamo il permesso di votare all’estero. E allo stesso tempo non posso votare alle elezioni italiane perché non ho la cittadinanza italiana, anche se vivo qua da anni e conosco la vita politica del Paese meglio di molti italiani nati qui. Lavoro e pago le tasse, come tutti, ma non posso votare. Mi sento straniera ovunque. E lo stesso vale per i miei figli, Ilda ha pure l’accento napoletano, eppure non è italiana e ora ha un permesso di soggiorno valido per tre mesi. Che fortuna eh?» dice sorridendo amaramente.
Adesso, ad avere il volto rigato dalle lacrime è Mega, che, non sapendo cosa dire e facendosi prendere dalla sua solita impulsività abbraccia Ilda e le ripete: «Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace». La ragazzina ricambia l’abbraccio, sotto lo sguardo commosso della madre e di Bit.
«Eppure ci dovrà pur essere qualcosa che si può fare, non è possibile che questa situazione continui così» sostiene animatamente Bit, altrettanto scosso dal racconto.
«Beh, qualcosa stiamo provando a fare. Sapete, con l’associazione Italianə senza cittadinanza stiamo portando avanti una campagna di raccolta firme per indire un referendum e modificare la legge che stabilisce i requisiti per richiedere la cittadinanza. La proposta principale è quella di portare gli anni di residenza continuativa in Italia, necessari per richiedere la cittadinanza, da dieci a cinque».
«Ah! Allora le leggi si possono modificare, proprio come diceva Bit!» esclama Mega, diventando subito paonazza dall’imbarazzo, dopo aver realizzato di averlo detto a voce alta. Bit la fulmina con lo sguardo: vuole forse far saltare la copertura? Due giornalisti italiani saprebbero benissimo queste informazioni e non farebbero mai questo tipo di commento.
Ilda e la madre li stanno fissando con aria interrogativa, ma, prima che possano formulare una qualsiasi domanda che metta in difficoltà i due alieni e l’intera missione, Mega aggiunge:
«Ehm… Intendevo dire: per fortuna che le leggi si possono modificare! Io e il mio collega ne stavamo parlando poco prima di incontrarvi».
«Ci si può almeno provare» le risponde la donna, con un sorriso.
«Fiuuu, allarme rientrato» pensano i due amici.
«È proprio al banchetto che abbiamo allestito per la raccolta firme che stiamo andando. Se siete interessati all’argomento, potete venire con noi».
«Certo!» esclamano all’unisono Mega e Bit, sapendo di non potersi lasciare questa occasione per capire meglio la questione.
«Bene, allora andiamo» li invita la donna «comunque piacere: io sono Nadia».
Infografica
Con il referendum, i cittadini italiani possono decidere se modificare o meno una legge. Scopri di più nell’infografica.