Megabit

Cervelli plurali

Puntata 3. Di arte e di stimming

Luna, seguita da Mega e Bit, apre la porta dell’aula, proprio mentre la maestra chiede alla classe dove fosse finita la compagna. 

«Luna! Eccoti! E questi chi sono?» le chiede guardando Mega e Bit. 

«Mi spiace, maestra, è che giusto due secondi prima che suonasse la campanella per la fine della ricreazione, sono venuti a salutarmi i miei cugini, che stavano facendo una passeggiata per il paese. Arrivano da molto lontano e staranno qui per qualche giorno, volevo far vedere loro la mia scuola». 

La maestra si rivolge a Mega e Bit: «Ciao bambini, come vi chiamate? Da dove venite?».

«Io sono Bit e lei Meg… Melissa! Abbiamo 11 anni e veniamo dalla Svezia» dice Bit con sicurezza, ricordando il Paese per via delle sue ultime ricerche sulla geografia del pianeta Terra. 

Lo stupore accende le voci degli altri bambini che iniziano a chiedere dov’è la Svezia, quanti anni hanno, com’è la loro scuola. 

«Ragazzi, ragazzi, silenzio, per favore. Dato che abbiamo tutti molte domande per i cuginetti di Luna, che ne pensate di scriverle tutte su un foglio e organizzare un bell’incontro per domani? Purtroppo, senza un permesso del dirigente oggi Bit e Melissa non possono fermarsi». 

«Sapete che il 70% del territorio della Svezia è ricoperto da foreste? E che il suo animale simbolo è l’alce? L’alce è incredibile, il più grande tra la famiglia dei cervidi ed è anche un ottimo nuotatore. 

A differenza delle renne, solo i maschi hanno le corna e non sono pelose, ma alla fine che importa? Io preferisco le alci» commenta un ragazzino dal primo banco facendo spallucce, tornando al suo disegno.

Tutti lo fissano in silenzio per un secondo, poi i compagni ridacchiano e la maestra commenta: «Grazie Luca, sono sicura che domani potremmo approfondire insieme il tema della flora e fauna della Svezia». Mega e Bit si guardano per un secondo, il tempo sufficiente per confermare l’uno all’altra che l’hanno riconosciuto: deve trattarsi di Luca, il bambino nello spettro autistico, che hanno individuato nelle richieste di aiuto e che Luna ha loro indicato in cortile.

«Ora, ragazzi, devo chiedervi di andare e tornare domani con il permesso dei vostri genitori e del preside. Potete dire alla mamma di Luna di chiamare direttamente a scuola, così potrete stare con noi tutto il giorno. Che ve ne pare?» conclude la maestra, rivolgendosi ora ai due alieni.

«Benissimo!» esclama Mega, entusiasta al pensiero di poter stare tutto il giorno a scuola con altri bambini: alla fine sembra divertente! Bit, che invece sta pensando a tutti gli aspetti burocratici, al permesso del dirigente (come possono fare a ottenerlo?), a quello dei genitori, la fulmina con uno sguardo. 

«Certo, ci vediamo domani, ora continuiamo la nostra passeggiata in paese e torniamo a casa» aggiunge poi con un sorriso. 

Mentre salutano la classe, Mega e Bit attivano i Wikiocchiali, sta volta in modalità presente, e lanciano un ultimo sguardo a Luca. 

Escono dall’aula e iniziano a recarsi verso l’uscita della scuola, ma è come se fossero ancora lì, seduti al primo banco. Stanno disegnando la faccia della lettera A e la maestra sta parlando di qualcosa che non hanno voglia di ascoltare: sono entrati nei panni di Luca.

«Ma perché ridono?» si chiede Luca. Ha appena finito di parlare delle alci, uno dei suoi animali preferiti di sempre, i due cugini di Luna sono appena usciti dall’aula e i suoi compagni ridono di lui. Ma perché? Ha detto qualcosa di sbagliato? Non gli sembra. Forse qualcosa di divertente? Neanche. Ha parlato di cervidi, si tratta di una cosa seria, non una barzelletta. Ma allora perché? La maestra l’ha addirittura ringraziato per il suo intervento. Eppure loro ridevano. Luca non li capisce. Capita spesso che, per molte cose che dice o fa in classe, il resto del gruppo lo prenda in giro o faccia commenti apparentemente divertenti, ma che lui non capisce. È frustrante, talmente tanto che a volte tutto ciò lo fa arrabbiare così tanto che gli viene voglia di lanciarsi contro gli altri bambini. L’unico risultato è che spesso i suoi comportamenti portano a una perdita di pazienza da parte degli adulti, sia a scuola che a casa. Dopo aver aggredito i compagni sa di aver fatto qualcosa di male, sa che la violenza è una cosa brutta. Eppure non riesce a controllarsi: non sa bene perché, ma è così. A volte, quando si sente particolarmente agitato, arriva al punto di sfogarsi su sé stesso pur di non ferire gli altri: colpisce forte la testa con le mani, come a voler scacciare i pensieri cattivi, ma quelli non se ne vanno. Allora sbatte la testa contro il banco e, quando ancora non è abbastanza, contro il muro. Una volta è arrivato perfino a farsi un piccolo taglio sulla fronte a forza di colpire il cemento. Ma anche così non funziona e, tra lo spavento dei compagni e degli insegnanti, c’è sempre e comunque qualcuno che lo ferma. Capisce che vogliono evitare che si faccia del male, ma per lui è importante mantenere il movimento, continuare il suo sfogo, sennò la frustrazione che prova rimane e lo fa sentire molto triste. Quando succede nelle sessioni con la sua psicoterapeuta, lei lo lascia continuare, mettendo un cuscino morbido sulla superficie contro cui sbatte e nel momento in cui si calma gli chiede se si sente meglio e se vuole bere un po’ d’acqua: gli fa bene questa maniera di procedere. 

Quando aveva iniziato ad andare a scuola, la mamma e il papà gli avevano spiegato che lì avrebbe incontrato bambini diversi da lui, che forse a volte non li avrebbe capiti e che gli altri, a loro volta, in alcune occasioni non avrebbero capito lui. Gli avevano detto che era importante che in quei momenti respirasse molto forte, come facevano insieme a casa quando si innervosiva, e di concentrarsi su un movimento che lo tranquillizzasse, per esempio l’agitare ritmicamente la gamba sinistra. Luca sapeva che questo movimento che lo calmava si chiamava stimming. Glielo aveva spiegato la psicologa. La psicologa gli aveva detto che lui era autistico. Questo voleva dire solo una cosa: il suo cervello funzionava in modo un po’ diverso da quello di altri bambini. Per esempio, a volte faceva più fatica a capire cosa provavano le altre persone. E alcuni rumori gli davano molto fastidio, perché li sentiva più forti degli altri. Luca e la psicologa avevano parlato tanto di queste cose. Da quando era iniziata la scuola, si vedevano più spesso.

In realtà, a parte i compagni che spesso non comprende, a Luca piace molto la scuola: si imparano tante cose diverse e ha la scusa perfetta per passare molto tempo a disegnare, la cosa che gli piace di più. Infatti, per lui lettere e numeri hanno tutti una faccia e una personalità, sono come amici: ogni volta che ne scrive uno su un foglio, gli dà vita. I suoi quaderni sono delle opere d’arte, tutti sono ricchi di O con cappello e occhiali e di A con i baffi; le addizioni in colonna vedono 2 con i pattini e 8 con le orecchie da coniglio. Gli insegnanti gli fanno sempre molti complimenti per i disegni, anche se è sempre l’ultimo a terminare gli esercizi in classe. Gli dicono sempre che ha molto talento e immaginazione, ma  a lui sembra solo impossibile pensare di scrivere senza completare il tutto con facce e caratteristiche di ognuno: sarebbe come disegnare un albero con solo il tronco! 

«Perché ridono?» continua a chiedersi Luca mentre la gamba sinistra si agita sempre più velocemente. Cerca di concentrarsi sul movimento e respira molto forte, quasi non si accorge che la maestra lo sta chiamando. 

«Luca… Luca… Ci sei?» gli chiede dolcemente.

«Sì» risponde Luca, infastidito dalla stupidità della domanda: certo che è lì, dove altro  dovrebbe essere? 

«Bene, volevo dirti che quello che hai detto sulle alci è molto interessante e che mi piacerebbe, se ti va, che preparassi un piccolo cartellone per domani su questo tema. Luna si occuperà di prepararne uno sulla flora della Svezia e potrete presentare i vostri lavori insieme». Luca si volta verso Luna che gli sorride dolcemente e annuisce. 

«Va bene. Mi sembra una buona idea» conclude Luca, pensando già al suo progetto, con un disegno di un alce fatto da lui e al lato tutte le cose che sa sull’animale.

Un fruscio riporta Mega e Bit nei loro corpi: sono fuori dalla scuola, seduti su una panchina del parco vicino. 

«Che esperienza» sussurra Mega emozionata. 

«Luca è un bambino molto interessante» dice Bit, guardando gli alberi che hanno di fronte.

«Concordo! Capisco il suo modo di reagire: è molto difficile mantenere la calma quando non capisci bene cosa sta succedendo intorno a te o quando gli altri non ti capiscono e ti prendono in giro» aggiunge Mega: «Penso che sia un bambino molto intelligente e con molto talento, ha solo bisogno di fare le cose con i suoi tempi e alla sua maniera, anche se sono diversi da quelli degli altri».

«E poi hai sentito quante cose sapeva? Tu lo sai cos’è un alce? Voglio fare una ricerca su questo animale» dice Bit girandosi verso l’amica. 

«Ah, perché? Cioè, è una cosa vera? Io pensavo fosse un mostro o qualcosa del genere. Andiamo… Una cosa enorme che può nuotare, che ha le corna e le perde? Non è reale, chiaramente» sbuffa Mega con aria di sufficienza. 

«Mi stupisci sempre di più» dichiara Bit scuotendo la testa: «Certo che esiste! Domani ti farò vedere i risultati della mia ricerca. O meglio, domani che saremo in classe con loro, potremo assistere alla presentazione del lavoro di Luca, lui sicuramente ne saprà più di me».

«Certo! Ma dobbiamo trovare un modo di entrare a scuola con tutti i permessi». 

«Per quello forse ho un’idea» le comunica Bit sorridendo.

«Ah sì?» grida entusiasta Mega.

«Sì, però stai tranquilla. Oggi pomeriggio chiameremo il dirigente scolastico e tu ti fingerai la mamma di Luna, chiedendo che i due cugini la possano accompagnare domani a scuola e stare in aula tutto il giorno. Semplice ed efficace, no?».

«Beh, detto così effettivamente lo sembra. Speriamo non ci siano intoppi». 

«Stai tranquilla, andrà tutto bene» la rassicura l’amico. 

I due si alzano e si avviano verso la spiaggia. Quando arrivano, si guardano intorno per verificare di essere soli e tirano fuori dall’infinizaino la barca chiusa in cubo. Basta un clic e la barca di apre, riassumendo la sua forma originaria, pronta per attraversare il mare fino all’isola dove si trova la base di Mega e Bit. I due salgono sul magico mezzo ghaliano e si allontanano da Lampedusa, riprendendo le loro sembianze aliene.

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