Cittadinanza
«Non immaginavo che all’interno di una stessa famiglia si potesse essere considerati cittadini di due Stati differenti. Sana è italiana, proprio come i suoi fratelli» mormora Mega guardando la ragazza allontanarsi. Bit, che di solito ha sempre qualcosa da dire, una risposta pronta o una legge terrestre da citare per spiegare la situazione, questa volta rimane in silenzio. Anche lui non capisce come sia possibile che ottenere la cittadinanza sia tanto complicato: un percorso a ostacoli che finisce per cambiare e condizionare la vita di tanti, tantissimi bambini e adolescenti.
«E le richieste arrivate da noi nella base erano così tante che il sistema è andato in tilt. La storia di Sana non deve essere un’eccezione. Chissà quante altre persone hanno sofferto, per questo motivo».
«Saranno tutte esperienze simili?» Bit alza piano le spalle.
«Non lo so. Non credo, ognuno avrà la sua storia, no? Però una cosa è certa: tutti loro hanno vissuto o stanno vivendo la maggior parte della loro vita qui in Italia, eppure non vengono considerati cittadini di questo Paese».
«Su Ghalis è diverso. Diventa ghaliano chiunque esprima il desiderio di esserlo, se dichiara di sottoscrivere la dichiarazione di aiuto e di solidarietà internazionale».
«Lo so, ma su Ghalis un sacco di cose sono diverse. Noi non siamo terrestri: forse, c’è qualcosa che non capiamo a fondo». La fila intanto scorre, ora leggermente più veloce. Gli occhi stanchi delle persone sembrano voler evitare quelli dei due amici, che rimangono in disparte. Soltanto qualche bambino sembra accorgersi di loro, fa un sorriso e agita la mano nella loro direzione, ma è appena un istante. I genitori li tengono stretti per mano e li trascinano stancamente con loro a ogni passo, in modo da non rischiare di perdere il posto in coda.
«Temo che qui nessun altro abbia voglia di parlare con noi» mormora Mega all’orecchio di Bit, che tiene ancora in mano il suo registratore da giornalista. «Mi sa che hai ragione. Io però, ho ancora molti dubbi su questa storia».
«Io anche. Vorrei poter aiutare tutti quei bambini che ci hanno scritto, ma al momento non saprei davvero come fare».
Bit aggrotta un po’ la fronte, delle righe di preoccupazione gli si dipingono sul volto. Poi esclama:
«Dobbiamo indagare. Ci serve un luogo dove ci siano più persone ancora: fra tutte quante, ne dovremo pur trovare qualcuna che sia disposta a parlarci, no?».
Mega, svelta, clicca un pulsante sul suo Ghalis-watch per richiamare Bling, che dorme miniaturizzata nella tasca della sua giacca.
«Bling? Abbiamo bisogno di te. Qual è la città italiana da cui è arrivato il numero maggiore di richieste di aiuto?». Bling ronza dentro alla tasca: quando è così piccola, pensa Mega, fa un rumore basso e confortante, un po’ come le fusa di un gatto. Sono animali terrestri molto carini: Mega ne ha conosciuti alcuni che vivono sull’isola della loro base, e ora ci gioca sempre e dà loro da mangiare. Ma ora non è il momento di distrarsi e pensare ai gatti: c’è del lavoro importante da fare.
«Bling?» «Insomma, un istante!» le risponde telepaticamente Bling.
«Ho appena finito di scansionare la provenienza delle richieste. Il maggior numero di messaggi è arrivato dalla città di: Roma». Mega e Bit si guardano: ora sanno qual è la loro prossima destinazione.
Appena una decina di minuti dopo, grazie alla velocità supersonica di Link, i due alieni vedono apparire dall’alto la forma del Colosseo, un grande monumento circolare che sembra, a giudicare dalle ricerche di Bit, uno dei più importanti di Roma, e che riconoscono subito dall’alto. Velocemente, grazie alle coordinate inserite, si abbassano sul cielo della capitale fino ad arrivare alla zona dove c’è il palazzo che ospita la questura.
Subito si rendono conto del fatto che qui la situazione, se possibile, è ancora peggio di Milano. La coda di persone in fila davanti alla questura è così lunga che sembra non avere fine: come un grosso serpente, si allunga per tutta la via, e Mega e Bit la scorgono già da lontano. Molte persone sono lì da parecchio tempo: lo si deduce dalle loro facce piene di sonno, dagli sgabelli pieghevoli che si sono portati dietro per potersi sedere ogni tanto.
Qualcuno si è addirittura accampato per la notte, in modo da essere tra i primi, il giorno dopo: il numero di persone in coda è davvero enorme, e non è detto che tutti vengano ricevuti. Ci sono, proprio come a Milano, intere famiglie in coda.
Ormai è piena mattina, e i bambini, pensano Mega e Bit, dovrebbero essere a scuola a studiare. Ma non possono fare diversamente: come Mega e Bit hanno potuto capire dalle ricerche che hanno condotto finora, senza la cittadinanza italiana questa lunga e stancante attesa è l’unica strada possibile per poter ottenere il permesso di soggiorno e rimanere nel proprio Paese, quello in cui tutte queste persone hanno scelto di vivere.
«Dici che qui risponderanno alle nostre domande?» chiede Mega, guardando dispiaciuta un bimbo di pochi anni che non riesce quasi a tenere aperti gli occhi dal sonno.
«Possiamo provare. Che ne dici di quel ragazzo?» risponde Bit. Indica con la mano un ragazzo che li sta guardando con aria curiosa. I due amici prendono coraggio e si avvicinano. «Buongiorno, siamo reporter per Gha… Ghalis News» esordisce Bit. «Non credo di averlo mai sentito» risponde il ragazzo, con un’espressione un po’ dubbiosa.
«Si tratta di un nuovo canale di informazione indipendente. Siamo ancora alle prime inchieste, è difficile che possa conoscerci» interviene Mega, allungando la mano per presentarsi.
«Stiamo facendo un’indagine sulla cittadinanza italiana e sulle pratiche per ottenerla, siamo qui per intervistare alcune persone. Lei è in coda per il rinnovo del permesso di soggiorno? Le andrebbe di raccontarci come mai non possiede la cittadinanza italiana?».
Il ragazzo sorride, anche se per un attimo, quando Mega parla di cittadinanza, la faccia gli diventa scura, come se una nuvola temporalesca ci fosse passata sopra, giusto per un istante.
«Certo, perché no. Non penso che tutti gli italiani sappiano quanto sia complicato e difficile ottenere la cittadinanza, quindi credo che parlarne sia molto importante». Si schiarisce la voce e comincia a raccontare. Bit, nel frattempo, ha già azionato il suo registratore.
«Mi chiamo Mir, sono originario del Bangladesh e mi sono trasferito a Roma con la mia famiglia quando avevo soltanto due anni. I miei genitori sono riusciti a ottenere la cittadinanza italiana soltanto molto tempo dopo che siamo arrivati qui in Italia: io ero ormai maggiorenne, purtroppo. Sapete, quando i genitori di un minore ottengono la cittadinanza italiana, questa passa automaticamente anche ai figli minorenni. Ma sfortunatamente non era più il mio caso» dice con un sospiro. «Così, non appena ho potuto, ho presentato la mia richiesta di cittadinanza. Tutto sembrava andare bene, erano trascorsi i dieci anni di residenza necessari per ottenerla per naturalizzazione. Ma poi, mentre preparavo i documenti da presentare in questura, ho scoperto che nella mia residenza c’era un interruzione legata al periodo che ho trascorso in Erasmus».
Bit drizza le antenne: conosce questo termine. Si tratta di un periodo che gli studenti universitari italiani e degli altri Paesi appartenenti all’Unione europea possono trascorrere all’estero, studiando presso altre università che hanno stretto un accordo con quella del proprio Paese. Come hanno scoperto quando sono stati a visitare le sedi delle varie istituzioni europee, è un’iniziativa molto bella, che permette agli studenti di imparare e arricchire il proprio bagaglio culturale, fare nuove amicizie e sviluppare un senso di comunità, di appartenenza allo stesso luogo: l’Europa.
«All’epoca ovviamente non sapevo che partecipare per cinque mesi al progetto Erasmus avrebbe creato problemi per la mia richiesta di cittadinanza. Ho fatto una richiesta di accesso agli atti, per capire cosa fosse accaduto, e ho scoperto che il comune di Roma mi aveva cancellato dai registri senza nemmeno avvisarmi. Se avessi saputo cosa rischiavo, non sarei partito. Ma è ingiusto, e anche molto triste che sia così: l’Erasmus per me è stato una bellissima esperienza, che mi ha permesso di conoscere tante persone diverse, persone che sono ancora oggi miei amici, e di studiare e approfondire le mie conoscenze. Eppure, soltanto per questo, oggi devo ancora stare in coda qui». Mega e Bit ringraziano Mir per aver raccontato loro la sua storia, poi, mentre si allontanano, si guardano, perplessi e tristi: com’è possibile che una persona sia costretta a scegliere fra il proprio diritto allo studio, a un’esperienza interessante e importante come quella dell’Erasmus, e la possibilità di ottenere la cittadinanza? Com’è possibile che basti così poco per perdere la residenza continuativa e rischiare di vedere respinta la propria richiesta? Davvero, non riescono a spiegarlo. Deve per forza esistere un modo di cambiare una situazione tanto ingiusta.
Infografica
Non basta vivere in Italia per essere cittadino italiano. Scopri cos’è e come si può ottenere la cittadinanza italiana leggendo l’infografica.