Cittadinanza
Puntata 1: Black Out
«Non ho ben capito come funziona, questa storia» dice Mega. È sdraiata sul pavimento della sala comunicazioni insieme a Luna, che le sta insegnando come giocare a dama. Ancora non è sicura di quali siano esattamente le regole dei giochi terrestri, però sembrano divertenti. Bit, invece, è piantato davanti al computer da almeno due ore, e continua a scrivere, pigiando ritmicamente sulla tastiera come se avesse una fretta terribile.
«Tu salti la mia pedina con la tua» spiega Luna con pazienza, per quella che dev’essere la centesima volta.
«Così?»
«Sì, esatto. E in questo modo la mangi». Mega fa una faccia strana. Poi alza le spalle, allunga la mano verso la plancia a quadretti bianchi e neri, prende in mano la pedina e spalanca la bocca.
«No!» grida Luna bloccandole il polso con la mano. Poi scoppia a ridere.
«Non la devi mangiare sul serio, è un modo di dire!». Anche Mega si mette a ridere, le due amiche non riescono più a smettere: è uno di quegli attacchi di risata che fanno rotolare per terra e scendere le lacrime dagli occhi. Sospira divertita, tirando su con il naso.
«Mega, se invece di giocare mi dessi una mano a smaltire tutto questo lavoro di archiviazione arretrato, forse finiremmo prima di stanotte» la rimprovera Bit, un po’ scocciato da tutta quella confusione. Mega lascia cadere la pedina, sbuffando.
«Tanto mica possiamo scrivere in due, scusami. E poi è noioso»
«Potreste aiutarmi tutte e due, così facciamo in fretta, e poi possiamo giocare tutti insieme, ma invece…insomma, la smettete di far rumore? Vi sto parlando!» Luna e Mega si guardano perplesse. Ora hanno smesso di ridere, nessuna delle due ha aperto bocca.
«Bit, guarda che noi siamo zitte come pesci» dice Luna, ma proprio mentre pronuncia queste parole capisce a cosa si riferisce il suo amico. Nella stanza si sente un sibilo di sottofondo, come un ronzio. Poi, un trillo improvviso si infila nelle loro orecchie.
«Dev’essere una richiesta d’aiuto!» esclama Mega, gli occhi rivolti allo schermo che ora lampeggia. I tre amici non fanno in tempo a voltarsi che il suono si ripete, ancora più forte. Proviene da un altro dei monitor della stanza. Bit si alza per andare a vedere. «Non si legge nulla».
A un tratto, nella sala comunicazioni esplode un fortissimo rumore: i trilli si susseguono e si incastrano l’uno con l’altro, acutissimi.
«Che baccano, ma che sta succedendo?» esclama Mega, tappandosi le orecchie con le mani. Tutti i monitor ora sono accesi e su ognuno lampeggia la scritta: “Richiesta di aiuto in arrivo”. Il suono sale sempre di più d’intensità e non accenna a smettere. A un tratto, con un boato fortissimo, tutti i monitor si spengono, e gli amici rimangono al buio. Dev’essere saltata la corrente.
«Ma che cavolo!» scappa a Bit. Bling vola di corsa nella stanza, tutta agitata. «Sovraccarico del sistema, biiiip. Necessario ripristinare il pannello di controllo, numero eccessivo di richieste ricevute. Il sistema non è in grado di elaborare le richieste, biiiiip»
«Ecco come mai. Aspettate, vado in sala generatore a far ripartire la corrente» dice Mega.
Dopo una mezz’ora, grazie all’aiuto di Bling, i computer sembrano funzionare normalmente. La casella di posta dove vengono raccolte tutte le segnalazioni che necessitano di un intervento, però, è piena zeppa. L’icona a forma di asterisco in cima allo schermo continua a lampeggiare, segnalando più di 3000 messaggi non ancora letti. I due alieni la osservano confusi.
«Non è mai successo prima, vero?»
«Non che io ricordi»
Bit si porta la mano sul mento, pensieroso.
«Bling, ci puoi aiutare a capire che cos’è capitato? Altrimenti ci metteremmo anni a leggerle tutte». La loro amica robotica comincia a ronzare soddisfatta e si mette subito al lavoro. Le piace avere un compito così importante. Dopo qualche minuto di analisi, trilla felice.
«Analisi completata. Richieste di aiuto rilevate: 3443. Ricerca di parole comuni interne. Individuata parola più ricorrente: cittadinanza». Mega, Bit e Luna la guardano curiosi, mentre lei sbatte forte le sue ali metalliche.
«Cittadinanza? Cosa significa?» chiede Mega.
«Ne ho sentito parlare, qualche volta. Credo abbia a che fare con l’essere cittadini italiani» dice Luna.
«Beh, ma se abiti in Italia non sei automaticamente cittadino italiano?»
«Credo sia più complicato di così». Davanti a loro, i monitor continuano a lampeggiare.
«Vorrei capire meglio di cosa si tratta. Bling, potresti leggere qualcuna di queste richieste di aiuto?» domanda Bit avvicinandosi un po’. Bling, con un nuovo battito veloce di ali, comincia subito a fare una selezione nel suo ampio database.
«Questa storia della cittadinanza sembra una cosa importante. Che cosa sono queste file di cui parla il primo messaggio, per esempio? Che cosa fa la questura?» mormora pensierosa Mega.
«Forse dovremmo partire dall’inizio. Bling, fai una ricerca per noi: che cos’è la cittadinanza?».
Bling cinguetta allegramente, i suoi circuiti lavorano veloci e in un battibaleno risponde: «La cittadinanza è quando una persona viene riconosciuta come parte di uno Stato, cioè di un Paese, come per esempio l’Italia. Chi ha la cittadinanza italiana è considerato un cittadino italiano. Essere cittadini vuol dire avere dei diritti, cioè cose che si possono fare, come parlare liberamente o votare alle elezioni quando si è grandi. Significa anche poter viaggiare liberamente in tanti Paesi d’Europa e ricevere aiuto dallo Stato italiano se ci si trova in difficoltà all’estero. Ma la cittadinanza affida anche dei doveri, cioè cose che bisogna fare, come rispettare le leggi, pagare le tasse e aiutare a vivere bene insieme agli altri».
«Ma questi bambini non hanno la cittadinanza italiana. Perché? Sono nati o cresciuti in Italia e si sentono italiani, a giudicare dai loro messaggi: eppure non lo sono? Come si fa a ottenerla?» si domanda perplessa Mega.
«Per ottenere la cittadinanza si deve essere figli di un cittadino italiano, oppure essere nati in Italia. Se i propri genitori non hanno la cittadinanza, si può fare richiesta quando si compiono 25 anni, ma si deve aver vissuto sempre in Italia».
«E chi arriva dopo?»
«Chi arriva dopo ha la cittadinanza del Paese in cui è nato, quindi per la legge non è cittadino italiano e deve richiedere periodicamente il permesso di soggiorno, un documento speciale che permette di vivere e lavorare legalmente sul territorio. Si può fare richiesta per ottenere la cittadinanza italiana dopo dieci anni di residenza continuativa in Italia. Significa che non deve aver passato nessun periodo prolungato in un altro Paese, più o meno. Almeno così sembra dalle mie ricerche» recita Bling.
«Ma è tantissimo tempo!» esclama Bit. Mega si morde il labbro perplessa. Questa storia la preoccupa: se le richieste sono state così tante da intasare il sistema, significa che il problema riguarda un numero enorme di bambini, e che l’assenza della cittadinanza dev’essere un grosso, grosso problema nelle loro vite. Si sa, il sistema di ricezione di Ghalis si attiva solo per richieste di aiuto davvero importanti e la volontà di tutti questi bambini è più che chiara: vogliono essere cittadini italiani. Ma come mai è così difficile diventarlo?
«Mi dispiace Luna, ho paura che dovremo finire la nostra partita di dama la prossima volta. Io e Bit dobbiamo studiare un piano d’azione, abbiamo parecchio da fare qui» sospira rivolta all’amica. Luna sorride e annuisce: sa che Mega e Bit non possono portarla con loro in missione. È una delle prime leggi degli agenti di Ghalis: mai coinvolgere un bambino in missioni rischiose e attività sotto copertura. Beh, la primissima sarebbe rimanere sempre in incognito: ma con lei il loro segreto è al sicuro, non direbbe mai a nessuno che sono due alieni.
«Ci vediamo prestissimo però, voglio sapere tutto della missione! Promesso?»
«Promesso!» esclamano in coro i due agenti segreti, stringendo forte l’amica prima di accompagnarla all’uscita, sulla spiaggia dove ha lasciato la canoa per rientrare a casa sua, sulla vicina isola di Lampedusa.
Poco dopo, Mega e Bit hanno deliberato un piano d’azione. La maggior parte delle richieste proviene da tre grandi centri: Milano, Roma e Napoli. Secondo le ricerche di Bling, sembra che la questura sia il luogo dove gli immigrati, cioè le persone che non hanno ancora la cittadinanza, devono andare per svolgere tutte le pratiche necessarie per ottenerla.
«Possiamo andare lì travestiti da reporter, e fingere di dover scrivere un articolo sul tema della cittadinanza. Chiedere informazioni alle persone che incontriamo, e così saperne un po’ di più» dice Bit. Mega annuisce: il piano sembra funzionare. In un attimo, Bit si trasforma in un adulto umano, con tanto di registratore per le interviste e telecamera, proprio come hanno visto fare ai giornalisti qualche volta sulla tv terrestre. Mega nasconde alla bell’e meglio sotto un cappellino le antenne: sembra una bambina, più che un’adulta terrestre, ma indossa un paio di scarpe con i tacchi alti per sembrare più grande: vestita così e in compagnia di Bit, il trucco dovrebbe funzionare.
In men che non si dica, utilizzando Link, il loro hoverboard megagalattico a velocità supersonica, arrivano alla questura di Milano. La prima cosa che notano è la fila. Anche se è mattino presto, davanti all’edificio ci sono già diverse persone in attesa. Alcune, a giudicare dalla faccia stanca, hanno probabilmente trascorso la notte lì. Ci sono persone di diverse età, alcune famiglie hanno con sé anche bambini molto piccoli. Bit e Mega sono stupiti: non si aspettavano di incontrare così tante persone. Non sanno da che parte cominciare. Rimangono in disparte a osservare la coda: man mano che il tempo passa, la gente che si sistema in fila aumenta. Sono davvero tanti.
«I giorni in cui sono aperti gli sportelli per il rinnovo dei permessi di soggiorno la situazione è sempre questa» dice loro a un tratto una voce. Mega e Bit alzano gli occhi e incontrano quelli di una ragazza giovane e dal sorriso gentile, che ha intercettato i loro sguardi perplessi. Deve avere circa una ventina di anni. Bit si avvicina, cercando subito di assumere un tono di voce professionale.
«Lei è qui per questo? Siamo giornalisti e stiamo svolgendo un’indagine sulla cittadinanza. Possiamo farle qualche domanda?» chiede, dando di gomito a Mega perché lo segua. La ragazza annuisce: si vede che è molto stanca, deve aver dormito poco.
«Certo» risponde però, subito prima di presentarsi. «Io sono Sana. Come vi posso aiutare? Che cosa vorreste sapere?»
«Lei è in coda per il rinnovo del permesso di soggiorno. Dunque non ha la cittadinanza italiana, giusto?»
«Purtroppo è corretto».
«Posso chiedere perché non l’ha ottenuta?» Sana sospira.
«Beh, vede, i miei genitori sono originari del Pakistan, ma vivono in Italia da moltissimo tempo, e anche io sarei dovuta nascere in questo Paese, come i miei fratelli. Loro, essendo nati in Italia e avendo sempre vissuto qui, hanno ottenuto la cittadinanza italiana a 18 anni. Pochi mesi prima della mia nascita, mia nonna non è stata bene, così mia madre, per starle vicino, è partita per il Pakistan, dove ha trascorso l’ultimo periodo di gravidanza. Per questo motivo io sono nata lì. Sono arrivata in Italia quando avevo soltanto pochi mesi, ma è stato sufficiente perché non potessi ottenere la cittadinanza a 18 anni, come è stato per mia sorella e per mio fratello». Abbassa gli occhi e prende fiato, prima di continuare a raccontare.
«I miei genitori non sono riusciti a ottenere la cittadinanza quando io ero minorenne, e così ho dovuto fare richiesta da sola, una volta diventata maggiorenne, ma è molto difficile. Servono documenti che provino dove ho vissuto fin da piccola, perché non devono esserci buchi nella residenza. In pratica, devo dimostrare di aver vissuto per dieci anni in Italia senza interruzioni: così, al momento, non sono ancora riuscita a svolgere tutte le pratiche necessarie. E quindi, eccomi qui. Oggi non è nemmeno una delle giornate peggiori. Ricordo, quando ero piccola, di aver dormito in braccio a mio padre tutta la notte, siamo venuti alle quattro di mattina per riuscire a far svolgere la nostra pratica all’ufficio»
«Quali sono state le conseguenze peggiori di questa situazione, se lo posso chiedere?» domanda Bit. Subito, gli occhi di Sana si inumidiscono leggermente.
«Senza passaporto italiano non ho potuto viaggiare quanto e come avrei voluto, perché sono necessari dei visti e si rischia di non poter ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno. Così, ho visto molto poco i miei nonni. Ora purtroppo non ci sono più. Questa foto è uno dei pochi ricordi che ho di loro. È molto bella, e sono felice di averla, ma mi rende anche triste: ogni volta che la guardo, penso a tutti i momenti che avremmo potuto vivere insieme, e che ci sono stati negati» dice, mentre tira fuori dal portafoglio una foto un po’ spiegazzata, che ritrae una bambina con un vestito rosso fiammante in mezzo a un uomo e a una donna che la tengono per mano, sorridenti.
«Avrei tanto voluto conoscerli, sapere cosa significa l’amore dei nonni» conclude con un sorriso triste. A Mega scivola una lacrima sulla guancia. I due amici si guardano, mentre Sana fa loro un cenno di saluto e riprende il proprio posto nella fila, che sta lentamente ricominciando a scorrere. Avere o no la cittadinanza italiana, pensano, non riguarda soltanto la legge. Di mezzo ci sono i sogni e le speranze delle persone: quello di più importante e prezioso che possiedono.