Migrazioni

Puntata 4: Terra promessa

GLOSSARIO

Leggendo il testo potresti trovare delle parole che non conosci, troverai la spiegazione cliccando sulla parola a destra della pagina

È inizio maggio e il caldo inizia a farsi sentire: il sole picchia e molte persone sono ammassate nei piccoli spazi di ombra creati dalle tende e dagli hub temporanei, che ospitano le strutture di primo soccorso e i luoghi di distribuzione di cibo e acqua. Gli occhi che Bit incrocia lungo la sua strada sono stanchi, tristi. Sono occhi che, come quelli di Oumar e Aicha, hanno visto la morte nel deserto o hanno conosciuto soprusi. Sono occhi, come quelli di Rim, che hanno dovuto abbandonare la loro famiglia e i loro cari. Sono occhi che hanno visto il pericolo del mare e hanno deciso comunque di affrontarlo. 

Gli unici occhi a conservare ancora la propria luce sono quelli dei bambini, che giocano seduti per terra.

Bit sente un vociare confuso provenire da uno degli hub a cui passa accanto, si avvicina per vedere di cosa si tratta e nota molti di quelli che erano sulla barca con loro. Facendo un passo in avanti inizia a muoversi tra i volti più e meno noti, fino a ritrovarne uno che riconosce subito. 

«RIM» grida commosso, facendosi spazio tra gli altri bambini. 

Sentendo il suo nome Rim si volta. Subito lo riconosce, poi si avvicina e lo abbraccia: «Joseph! Eccoti, pensavamo di avere perso te e Amina, non vi vedevamo più! Dov’eravate? Dov’è ora Amina? Sta bene?» continua Rim guardando a destra e sinistra. 

«Sì, stiamo bene» le risponde Bit sorridendo «Amina ci raggiungerà più tardi. Dove siamo? Dov’è Oumar?».

«Oumar è con la sua mamma. All’ingresso ci hanno separati. Io sono qui con gli altri bambini che sono partiti da soli». 

Solo in quel momento, Bit realizza che nella stanza non ci sono adulti, a parte gli operatori, e che tutti quei bambini sono completamente soli.

«Joseph. Ho paura. Non so dove andremo, non so se rivedrò più Oumar. Aicha mi aveva promesso che saremmo rimasti insieme, ma ora…» confida Rim. Le lacrime le luccicano negli occhi, pronte a cadere.

«Ora sono qui, sola. Secondo te dove mi mandano? Mi fanno tornare a Sfax? Come lo dico a mamma e papà che devo tornare? E se poi resto posso andare in Francia dai loro amici?». 

«Non lo so» le risponde Bit sconsolato, stringendole la mano, «Ma non tornerai indietro e qualunque cosa succeda non sarai sola». Le lacrime ora scorrono lente sul viso di Rim, formando piccoli fiumi sinuosi sulle sue guance. La bambina abbraccia Bit, felice di averlo ritrovato. 

Mega si sistema il velo sulla testa, cercando di sistemare bene un’antenna che rischia di sbucare fuori. Si muove lentamente per il campo. Ci sono così tante persone diverse che le sembra che l’intero mondo sia racchiuso in quei pochi metri quadrati di terra. Molti neanche si capiscono tra loro quando parlano, eppure sono legati da un’esperienza così forte, che un solo sguardo, un piccolo gesto diventa un atto di amore e condivisione profonda. Ognuno di loro sa cos’ha passato l’altro, perché l’ha vissuto anche lui. 

Finalmente Mega intravede la piccola figura di Oumar, che, guardando verso il basso, tiene stretta la mano della madre. 

«OUMAR!!» grida Mega, sbracciandosi per fare segno al bambino, che improvvisamente si anima e alza velocemente la testa. Appena scorge l’aliena, i suoi occhi si illuminano e subito alza il braccio per salutarla con la mano. 

«Amina! Eccoti! Vi stavamo cercando!» 

«Siamo sbarcati per ultimi, ma ora siamo qui e stiamo bene» lo rassicura la nostra agente ghaliana. «Voi come state? Dov’è Rim?». 

Il ragazzino si rabbuia: «Noi stiamo bene, ma hanno portato Rim da un’altra parte, dove ci sono tutti gli altri bambini senza genitori. Non volevamo abbandonarla, ma hanno detto che dovevamo fare così e ora non so come ritrovarla». 

«Stai tranquillo, Joseph è con lei » lo rassicura Mega. Poi, guardandosi intorno, chiede: «Cos’è questo posto?». 

«Non lo so bene. Hanno detto che dovevamo venire qui per compilare la domanda di richiesta d’asilo. Non capisco cosa voglia dire, ma la mamma mi ha spiegato che è il modo in cui possiamo restare in Italia ed essere aiutati dalle persone che si occupano di chi arriva con i documenti falsi come noi» inizia incerto Oumar. «Io non sono sicuro di voler restare qui.  L’italiano non lo parlo e non conosco nessuno. E se portano me e la mamma in posti diversi? Come faccio poi a ritrovarla? E se dicono che non possiamo restare? Ci riportano in Guinea?» continua il bambino agitandosi sempre di più e facendo domande a raffica. 

«Oumar, calmati» gli dice Mega, prendendogli le mani «Andrà tutto bene». I due rimangono con le mani intrecciate, Oumar segue il respiro tranquillo di Mega e il battito del suo cuore torna a essere regolare. 

Come da accordi, dopo aver trovato una scusa per allontanarsi dai bambini, promettendo di tornare presto, i due agenti si ritrovano al punto in cui si sono salutati e si scambiano un rapido resoconto. «Mega, dobbiamo fare qualcosa per aiutarli, o almeno per tranquillizzarli, per far capire loro che non sono soli e che ci sarà una casa per loro» 

«Hai ragione, ma come facciamo se neanche noi sappiamo cosa sta succedendo?» gli risponde Mega rassegnata. 

Gli alieni continuano a camminare per il centro di accoglienza, pensando a come poter aiutare Oumar e Rim. Si muovono in silenzio, ognuno immerso tra i propri pensieri, mentre intorno a loro il mondo intero racchiuso in quelle mura si muove caoticamente: chi corre, chi piange, chi cerca aiuto, chi, altrettanto stanco, soccorre gli altri. A un certo punto un pianto sonoro vicino a loro li scuote. Si girano per cercarne la fonte e vedono una donna con il camice bianco e lo stetoscopio appeso al collo che singhiozza appoggiata contro una parete del centro medico dell’hotspot. Stupiti da questa scena, i due si avvicinano per consolare la donna. 

Mentre si muovo cautamente, Mega sussurra «Mi raccomando Bit, parliamo in francese per non far saltare la nostra copertura». Bit annuisce e avvicinandosi chiede alla donna: «Tutto bene?». 

La donna non accortasi dei due, sobbalza e asciugandosi velocemente gli occhi con un braccio, risponde nel suo francese traballante imparato al corso di formazione dell’hotspot: «Sì certo, è tutto ok, sono solo molto stanca». Li guarda e realizzando che sono solo dei bambini e che devono essere spaventati dice loro sorridendo: «Ma voi state tranquilli. Vi posso aiutare in qualche modo?».

Mega e Bit si guardano e scuotono la testa a destra e sinistra. 

«Tu sei una dottoressa?» chiede Mega. 

«Sì, sono un medico di questo centro» risponde dolcemente la donna. 

«E tu da sola curi tutti noi che siamo qui?» continua sorpreso Bit. 

La dottoressa, con calma spiega: «No, ci sono altri medici, ma da qualche tempo il numero di migranti è aumentato. Avendo così tante persone di cui occuparsi, ognuno di noi deve fare tanti turni per poter aiutare tutti».

«Ma perché siamo tutti qui? Non ci possono spostare per lasciare lo spazio alle persone nuove che arrivano? E non si possono assumere più persone che aiutino?». 

Le domande sono così impetuose che la donna non le capisce: «Puoi ripetere più piano, per favore? Il mio francese non è eccellente. Scusatemi». 

«Certo» interviene Mega e con tranquillità ripete le domande

«Grazie» risponde la dottoressa prima di continuare scandendo le parole: «Gli spostamenti verso i posti che accolgono i rifugiati, i centri di prima accoglienza, e verso i centri per il rimpatrio, dov’è ancora peggio di qua, sono lenti. Il personale è poco e dipende dai fondi che lo Stato stabilisce» prova a spiegare la dottoressa con aria sconsolata. Poi li guarda e sospirando commenta: «Ma voi siete già abbastanza stanchi e queste non sono cose per bambini». 

Ignorando queste ultime parole, Bit chiede stupito «Perché nei centri di rimpatrio è ancora peggio? Non sono solo dei posti dove ti fanno aspettare per essere rimandato nel Paese da cui sei arrivato? Tipo delle grandi sale d’attesa di una stazione?». 

«Sei proprio un curiosone, vero?» lo apostrofa ridendo la dottoressa e risponde: «In teoria sì, dovrebbero essere proprio delle grandi sale d’attesa di una stazione, ma nella pratica è un po’ diverso. I tempi di attesa sono molto lunghi e spesso vanno oltre quelli consentiti dalla legge. Quindi le persone si accumulano, le attese diventano infinite, qualcuno si ritrova a vivere tutta la vita in un Cpr, non potendo né restare in Italia, né tornare indietro». 

«Oh… Sembra molto triste e ingiusto».

«Già, lo è. Ma voi non dovete preoccuparvi, ok?» dice incoraggiante la dottoressa guardandoli con occhi gentili e chiede loro «Da dove venite? Siete da soli?».

Mega e Bit si guardano e Mega risponde: «Veniamo dalla Guinea, siamo arrivati con la nave della ong della capitana Marta, che ci ha salvati quando il peschereccio con cui eravamo partiti si è ribaltato». 

«Siamo da soli, non abbiamo i nostri genitori. Ma sulla barca abbiamo conosciuto altri due bambini, Rim e Oumar con la sua mamma Aicha» aggiunge Bit. «Sono molto spaventati da cosa succederà». Mega gli tira una gomitata e lui subito si corregge: «Cioè, SIAMO molto spaventati. Non sappiamo dove ci porteranno, non sappiamo se potremo stare ancora con i nostri amici, né se il nostro amico Oumar potrà stare con la sua mamma» conclude Bit. 

«Ma allora siete arrivati qui con mia figlia! È Marta, la capitana di quella barca!» esclama sorridendo e impulsivamente li abbraccia, proprio come fossero figli suoi. «Lo so che siete spaventati, ma andrà tutto bene. Voi siete minori e per di più non accompagnati, quindi sarete accolti in Italia e avrete il permesso di soggiorno, così come il vostro amico accompagnato dalla mamma» li rassicura. Poi si presenta: «Io sono Lucia». 

«Noi siamo Joseph e Amina» si presentano Mega e Bit usando i loro nomi falsi. 

«Lucia, pensi che potresti venire a spiegare ai nostri amici quello che hai spiegato a noi?» chiede Bit, sperando di poter aiutare Oumar e Rim. 

«Io purtroppo ho molto da fare, ma penserò a cosa possiamo fare» dice sorridendo Lucia. 

Dopo la fine del turno, Lucia torna a casa e sua figlia le corre incontro per salutarla ed abbracciarla. 

«Ciao mamma!!! Che bello che sei tornata! Vieni, io e papà abbiamo preparato la cena» la bambina la prende per la mano e la trascina in cucina, dove il marito sta armeggiando con pentole e utensili vari. 

«Ciao Lucì» la saluta velocemente l’uomo prima di girarsi sorridendo con una padella fumante «Siediti ca mangiamu» le dice in dialetto siciliano. 

Lucia sorride e i tre si siedono al tavolo per cenare insieme. Come da tradizione, a turno ognuno racconta com’è andata la sua giornata, le materie studiate a scuola, i giochi fatti al pomeriggio con gli amici, il lavoro sul peschereccio e al porto, le giornate infinite all’hotspot. Lucia racconta dei due strani bambini che oggi le si sono avvicinati per chiederle come stava e del fatto che è molto fiera di sé per aver capito ed essere riuscita a parlare con loro in francese. 

«Sai Luna, penso abbiano proprio la tua età!» dice alla figlia «Erano soli e spaventati, come molti altri bambini lì. Mi hanno chiesto di fare qualcosa per spiegare anche agli altri cosa succederà loro, ma io non so bene cosa fare» conclude pensierosa. 

«Io lo so cosa succede! Ce l’ha spiegato la maestra Valentina e abbiamo fatto dei cartelloni bellissimi» esulta Luna «Li puoi portare ai tuoi bambini lì dentro così magari capiscono anche loro!». 

Lucia sorride a Luna e le stringe la mano, è proprio fiera di lei. 

«Che bella idea, domani ne parlerò con le tue maestre. Ma ora, corri a lavarti i denti e mettere il pigiama che è tardi» le dice la madre avvicinandosi per farle il solletico. 

Luna ride e grida: «Mamma basta ti pregoooo! Ora vado!». 

La bambina corre via e Lucia, guardando il marito dice: «Una bella idea quella di coinvolgere i bambini in questo, vero?». 

«Sì, è proprio una buona idea» le risponde accarezzandole il braccio.  

Dopo aver parlato con le maestre e il preside della scuola, Lucia torna entusiasta all’hotspot e parla dell’idea con gli operatori: «Nella scuola di mia figlia hanno un progetto che aiuta i bambini a capire cosa succede qui dentro, un posto così vicino a loro, ma anche tanto diverso dalle loro vite. Insieme alle maestre e al preside abbiamo pensato che possiamo provare a coinvolgere i bambini della scuola di Luna, per spiegare ai bambini che sono qui quale sarà il percorso che dovranno affrontare. Cosa ne pensate?». 
Il pomeriggio dopo, tre operatori del campo iniziano a radunare tutti i bambini ospitati, sia quelli non accompagnati che quelli in compagnia di un genitore, spiegando loro che ci sarà una grande sorpresa. Insieme a tutti gli altri, Rim, Oumar, Mega e Bit si riuniscono sotto un tendone in fondo al quale è stato appeso un lenzuolo bianco.

HUB TEMPORANEI

Sono centri di prima accoglienza

per migranti, dove i cittadini

stranieri possono richiedere la

protezione internazionale. In queste

strutture le persone dovrebbero

rimanere per poco tempo, prima di

essere trasferite in un centro di

seconda accoglienza, ma così non

avviene. Leggi l’infografica in

fondo, per saperne di più.

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SFAX

Seconda città principale della

Tunisia, un Paese dell’Africa

occidentale. Si trova sulla costa e

per questo è uno dei punti di

partenza dei migranti che vogliono

raggiungere l’Europa.

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SINUOSI

Qualcosa che segue una linea curva

e non dritta.

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RABBUIA

Diventare buio, oscurarsi, diventare

molto tristi

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STETOSCOPIO

Apparecchio usato dai medici per

sentire il battito del cuore

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CONSENTITI

Permessi, qualcosa che è possibile

fare.

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MINORI NON ACCOMPAGNATI

I migranti che hanno meno di 18
anni e che hanno raggiunto un
paese straniero da soli, senza i
propri genitori

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RADUNARE

Riunire, mettere insieme più
persone in uno stesso luogo più
persone

C’è un gran fermento, nessuno capisce cosa sta succedendo ma è stata promessa loro una sorpresa e tutti sono curiosi. 

A un certo punto, tre persone si mettono davanti al telo bianco e iniziano a presentarsi, ripetendo in inglese, francese e arabo la stessa frase: «Noi siamo dei mediatori culturali e siamo qui per aiutarvi a capire quello che ora vedrete su questo schermo». L’eccitazione continua a crescere tra i bambini. 

I tre ripetono, uno dopo l’altro: «Sappiamo che siete spaventati e che non sapete bene cosa succederà ora, perciò abbiamo deciso che potevamo provare a spiegarvelo. O meglio, a spiegarlo non saremo noi, ma i bambini della scuola di Lampedusa, che hanno fatto questo video per voi!». 

Voci entusiaste e curiose in lingue diverse si alzano, i bambini parlottano tra di loro.

«Tranquilli, tranquilli» continuano i mediatori: «Noi saremo qui per tradurre nelle vostre lingue e per rispondere alle vostre domande. E oraaaa… VIDEO!». 

 

Sul telo bianco compaiono le facce sorridenti di una ventina di bambini di circa dieci anni che salutano sventolando le mani e gridano: «CIAOOO». 

Parte una musica allegra, mentre sullo schermo si susseguono i volti di ognuno di loro. Tengono tra le mani cartelloni colorati per spiegare ai rifugiati quali saranno i passi successivi al loro arrivo. Ogni cartellone ha poche parole ed è visibile per tutto il tempo che serve ai mediatori per tradurre le scritte. Sul primo c’è scritto: SIETE BAMBINI COME NOI E AVETE DIRITTO DI ANDARE A SCUOLA E DI GIOCARE, il tutto decorato da faccine sorridenti, fiori, cuoricini.

I cartelloni proseguono spiegando che verranno trasferiti in centri di prima accoglienza (CPA) e che verrà loro affiancato un tutor che li aiuterà in tutti i passi necessari per ottenere un permesso di soggiorno per minori. Questo permetterà loro di andare a scuola e di fare tutto ciò che possono fare i cittadini italiani, almeno fino ai 18 anni o fino a quando decideranno di studiare. I bambini accompagnati da un genitore rimarranno con lui.  Ci sarà un sostegno per riuscire a garantire al bambino un posto sicuro. 

Il video si conclude con i bambini della classe riuniti che salutano felici.

 

I cuori di Bit e Mega fanno una capriola quando vendono in mezzo ai ragazzini nel video la loro nuova amica e assistente terrestre. Il clima nella sala è diventato allegro, la musica continua a risuonare sotto le risate e le voci allegre dei bambini. 

Mega e Bit si guardano intorno, gli occhi di chi li circonda sono luminosi, non più impauriti e scuri. Molti ridono, altri chiacchierano tra di loro, qualcuno si sta abbracciando. 

Rim e Oumar dicono a Mega e Bit: «È stato bellissimo!».

Mega e Bit si guardano e, felici, rispondono: «Sì, lo è stato». 

Uscendo dalla tenda vedono Lucia e le corrono incontro: «Sei stata tu? è stato bellissimo! Grazie!» le dicono entusiasti. 

Lucia esplode in una risata e strofinando la mano sulla testa di Bit dice: «Sono contenta vi sia piaciuto e che sia stato utile. Anche i bambini della classe di Luna si sono divertiti tantissimo a farlo». 

Solo allora capiscono che Lucia è la madre di Luna e non trattengono un enorme sorriso.

 

I due alieni ghaliani si allontanano e, dal centro dell’hotspot, guardano la luce rossa del tramonto. Dietro, i loro amici ora chiacchierano tranquilli, pensando al futuro che li aspetta quando usciranno da lì. 

Mega e Bit si scambiano un’occhiata, sorridono e, annuendo, esclamano insieme: «Missione compiuta!».

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FERMENTO

Agitazione

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TUTOR

Assistente, qualcuno che aiuta a
fare qualcosa

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